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Legacoop: le cooperative sociali di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza riunite al Museo Cervi per l’assemblea precongressuale

Museo-Cervi-013Importante appuntamento nei giorni scorsi al Museo Cervi di Gattatico, dove si sono riunite le cooperative sociali aderenti a Legacoop delle province di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza, in vista dei prossimi impegni congressuali regionale e nazionale. E’ un settore, quello della cooperazione sociale, che ha assunto sempre più importanza nel mondo cooperativo e nelle politiche di welfare: un settore che negli anni è costantemente cresciuto, mantenendo alti gli standard qualitativi dei servizi erogati, e garantendo elevati livelli di occupazione, in particolare femminile e giovanile.

Sono 224 le cooperative sociali aderenti a Legacoopsociali in Emilia-Romagna, dati 2012, attive sia nel settore socio-sanitario ed educativo che nell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. I soci sono oltre 51.500, e 26.100 gli addetti, per un fatturato di 963.760.420 euro. Dati molto significativi, che testimoniano l’importanza e il ruolo fondamentale della cooperazione sociale nella nostra regione. Solo a Modena le 22 cooperative di Legacoop, con oltre 1000 soci, creano occupazione per 2055 lavoratori e un fatturato di oltre 78 milioni di euro.

Nell’assemblea congressuale, presieduta dalla presidente di Legacoop Reggio Emilia Simona Caselli, sono state affrontate molte questioni che toccano da vicino la cooperazione sociale e il sistema del welfare: innanzitutto quella degli effetti disastrosi che causerà dal 2014 l’aumento dell’Iva al 10% per le prestazioni socio-sanitarie ed educative effettuate dalle cooperative sociali. Contro questo aumento la cooperazione sociale sta lottando da tempo, anche con l’appoggio di moltissime amministrazioni locali.

Altro tema spinoso è quello della recente Legge regionale di riforma delle Asp (Aziende servizi alla persona), criticata unitariamente dalla cooperazione sociale, in particolare per la norma che permetterà alle Asp di ricominciare ad assumere personale, andando contro le disposizioni legislative nazionali che bloccano il turn over nei servizi delle Amministrazioni Pubbliche. Se così sarà, la cooperazione sociale rischia di vedere ridotti i propri spazi, guadagnati con un’alta professionalità, degli operatori e delle imprese, e con un’attenta gestione economica e organizzativa.

E’ stata poi sollecitata la veloce approvazione della nuova Legge regionale sulla cooperazione sociale, che dopo due anni di discussioni e confronti sembra essersi impantanata tra problemi politici e di interpretazioni delle norme.

All’assemblea del Museo Cervi, che è stata aperta dalla relazione del responsabile regionale di Legacoopsociali Alberto Alberani, hanno partecipato anche i presidenti di Legacoop Modena Lauro Lugli, di Legacoop Parma e di Legacoop Piacenza.

La cooperazione sociale in Italia e una nuova idea di “funzione pubblica”

La fase congressuale per le cooperative sociali di Legacoop cade in un momento molto particolare, sia per la crisi economica che per la situazione politica. Da una parte ci sono i risultati lusinghieri di questo settore: tutte le fonti, interne ed esterne, confermano che nella crisi la cooperazione sociale non solo ha tenuto, ma ha mantenuto una significativa capacità di crescere. I dati del censimento Istat dicono che in 10 anni, dal 2001 al 2011, la cooperazione sociale complessivamente intesa in Italia è cresciuta del 98%, quanto a numero delle imprese, occupati e valore di produzione. La ricerca che Censis ha effettuato nel 2012 per l’Alleanza delle Cooperative Italiane ha documentato che, insieme a questa straordinaria capacità di crescita, la cooperazione sociale è il settore cooperativo che meglio ha retto alla crisi, con importanti risultati anche sul versante occupazionale, confermando la propria eccellenza rispetto all’occupazione femminile ed alla presenza femminile nei ruoli di organizzazione, direzione e governo delle imprese. Sono dati che trovano conferma nella situazione emiliana.

Ma nel contempo ci si trova davanti al taglio progressivo, fino al sostanziale azzeramento, dei Fondi nazionali per le politiche sociali, per la non autosufficienza, per la famiglia, per l’infanzia, per le politiche giovanili, per l’immigrazione; alla riduzione forte dei trasferimenti agli Enti Locali, che gli stessi principalmente destinavano ai servizi sociali; al crescente irrigidimento della spesa sanitaria; all’allungamento patologico dei tempi di pagamento pubblici, particolarmente gravoso per realtà d’impresa come le nostre, ad alta intensità di lavoro; al sensibile affievolirsi della tensione pubblica a promuovere inclusione sociale sostenendo l’inserimento al lavoro delle persone svantaggiate.

Ma proprio da questa situazione, che si aggiunge alla grave crisi economica e occupazionale, nasce una nuova sfida per la cooperazione sociale. Legacoopsociali sostiene una idea di sviluppo che non scinda crescita economica da sviluppo umano, quell’idea di crescita “intelligente, sostenibile e inclusiva” disegnata dalla strategia europea EU 2020.

“Va in primo luogo superata quella concezione vecchia e smentita dai fatti – hanno sostenuto le cooperative sociali – che considera il welfare, la tutela dell’ambiente, la cultura, soltanto un costo ed un “lusso” da tagliare in tempo di crisi. Sono viceversa attività che non si delocalizzano, che hanno una elevata potenzialità di generare lavoro e, nel produrre valore economico, generano fiducia nelle persone e nelle comunità, e valore aggiunto di coesione sociale: promuoverne la produzione e lo sviluppo è un sostanziale e necessario investimento per la crescita. Si deve puntare ad una nuova idea di “funzione pubblica”: il protagonismo dei cittadini”.

Individuare nello Stato e nelle sue articolazioni la responsabilità esclusiva della produzione di questi beni significa negare la realtà, per evidenti ragioni di sostenibilità così come di efficacia. Questo è uno dei punti salienti che caratterizza il congresso di Legacoopsociali. L’esperienza della cooperazione sociale (e della cooperazione nel suo complesso) dimostra che è possibile con lo strumento dell’impresa dare risposta alle esigenze sociali, e che produrre valore per i soci (la mutualità interna storica della cooperative) può contestualmente produrre valore sociale ed economico per la collettività. Dice e dimostra che pubblico non vuol dire solo Stato, e privato non significa solo interesse particolare.

 

 
















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